E con la foto riaffiorano i ricordi… le galline venivano allevate all’aperto, libere e felici; solo la sera, per difenderle dalle volpi o dalle donnole, venivano rinchiuse nel pollaio, che veniva riaperto al mattino, così che potessero razzolare per tutto il giorno in cerca di lombrichi, vermetti, erbe e chicchi. Erano galline robuste, vigorose e indipendenti: ogni tanto qualcuna, non fidandosi del nido preparato nel pollaio, scappava e non si rivedeva per più di un mese. Poi all’improvviso riappariva: lei in cima alla fila e dietro di lei, uno dopo l’altro, tutti i suoi pulcini. Era andata. Di giorno in giorno, a deporre le uova in luoghi che riteneva più sicuri e dopo la cova, ritornava a casa e ricordo la nonna tirare un bel sospiro di sollievo.
Le uova erano un gran ripiego in cucina, ci si faceva praticamente di tutto: dalla pasta, di vari formati per la minestra o per la pastasciutta, ai secondi, ai dolci; erano anche una modesta fonte di guadagno perché quelle che avanzavano, venivano vendute ai “troccoloni”, i mercanti ambulanti che passavano per la campagna a comprare quello che trovavano e guai a sciuparle. Una volta fui picchiata ben bene e brontolata alla grande perché ne avevo prese due per farci i mangiarini…
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