PARTE 7 – La trappola sulle montagne
La pioggia cadeva fitta mentre il convoglio dell’FBI lasciava la città.
Sul navigatore lampeggiavano le coordinate ricevute nel messaggio anonimo.
Nessuno parlava.
L’unico rumore era quello dei tergicristalli e delle sirene lontane.
L’agente Collins continuava a osservare il telefono.
Quel messaggio era arrivato su tutti i dispositivi nello stesso istante.
Una cosa del genere significava una sola cosa.
Qualcuno aveva accesso a sistemi che nessuno avrebbe dovuto poter violare.
«È troppo rischioso.»
disse uno degli agenti.
«Potrebbe essere un’imboscata.»
Collins annuì.
«Lo è sicuramente.»
Mi voltai verso di lui.
«E allora perché stiamo andando?»
Lui sospirò.
«Perché Victor Kane vuole essere trovato.»
Quelle parole mi lasciarono inquieta.
Nessun criminale costruisce un impero per poi consegnarsi spontaneamente.
C’era qualcosa che non tornava.
Dopo quasi due ore di viaggio arrivammo ai piedi di una vecchia strada di montagna.
L’asfalto lasciò il posto a un sentiero sterrato.
Le auto continuarono lentamente.
Alla fine comparve un enorme edificio abbandonato.
Sembrava un vecchio osservatorio militare.
Le finestre erano rotte.
I cancelli arrugginiti.
Ma una cosa attirò subito la nostra attenzione.
Le luci erano accese.
«Formazione!»
ordinò Collins.
Gli agenti circondarono l’edificio.
Io indossai il giubbotto antiproiettile.
Entrammo.
L’interno era sorprendentemente pulito.
Qualcuno viveva lì.
Computer.
Generatori.
Telecamere.
Monitor accesi.
Mappe.
Documenti.
Sembrava il centro operativo di un’organizzazione segreta.
Un analista informatico iniziò immediatamente a copiare tutti i dati.
«Capo!»
gridò pochi minuti dopo.
«Venite a vedere.»
Sul monitor comparivano decine di videocamere in diretta.
Banche.
Tribunali.
Aziende.
Aeroporti.
Persino edifici governativi.
Era una rete di sorveglianza enorme.
Molto più grande di qualsiasi cosa avessimo immaginato.
All’improvviso uno schermo si accese da solo.
Comparve ancora lui.
Victor Kane.
Questa volta senza maschera.
Era un uomo sulla sessantina.
Capelli grigi.
Occhi freddi.
Un volto assolutamente normale.
Troppo normale.
Sorrise.
«Benvenuti.»
Collins estrasse la pistola.
«Dove sei?»
Victor rise.
«Molto lontano.»
Poi guardò direttamente me.
«Colonnello Brooks.»
«Sei arrivata fin qui molto più in fretta di quanto immaginassi.»
«Perché hai distrutto la mia vita?»
domandai.
Lui rimase in silenzio.
Poi rispose.
«Perché non era la tua vita che mi interessava.»
Sentii un nodo allo stomaco.
«Allora cosa volevi?»
Victor si appoggiò allo schienale della sedia.
«Il tuo accesso.»
«La tua reputazione.»
«La tua posizione.»
«Con te avremmo potuto entrare dove nessun criminale sarebbe mai riuscito ad arrivare.»
Compresi finalmente tutto.
Non ero mai stata scelta per i miei soldi.
Ero stata scelta per la mia carriera.
«Daniel era solo un intermediario.»
continuò Victor.
«Margaret reclutava le vittime.»
«Io costruivo il piano.»
Mi avvicinai allo schermo.
«Quante persone avete distrutto?»
L’uomo abbassò lentamente lo sguardo.
«Più di quanto tu possa immaginare.»
In quel momento uno degli agenti trovò una porta blindata.
Dietro c’era un archivio enorme.
Migliaia di fascicoli.
Ogni cartella rappresentava una famiglia.
Un matrimonio.
Una pensione.
Una successione.
Una frode.
Anni di crimini.
L’agente Collins mi guardò.
«Questa è la prova che cercavamo.»
Victor osservava tutto attraverso le telecamere.
«Siete arrivati troppo tardi.»
disse.
«Perché?»
Lui sorrise.
«Perché il mio lavoro è già finito.»
All’improvviso tutti i monitor iniziarono a lampeggiare.
Un messaggio apparve sullo schermo.
ELIMINAZIONE DATI IN CORSO
«Fermatelo!»
gridò Collins.
Gli informatici cercarono di bloccare il processo.
Mancavano sessanta secondi.
Poi cinquanta.
Quaranta.
Trenta.
Il tempo stava finendo.
Finalmente uno degli specialisti riuscì a interrompere il sistema.
Lo schermo tornò normale.
L’archivio era salvo.
Per la prima volta Victor smise di sorridere.
«Hai perso.»
gli dissi.
Lui rimase in silenzio.
Poi parlò con voce sorprendentemente tranquilla.
«No, Colonnello.»
«Ho perso una battaglia.»
«Ma tu hai vinto la guerra.»
Detto questo, la connessione si interruppe definitivamente.
Le indagini continuarono per mesi.
Grazie ai documenti trovati nell’osservatorio, le autorità identificarono decine di complici.
Furono sequestrati milioni di dollari.
Molte vittime recuperarono i propri beni.
Margaret e Daniel vennero condannati a lunghe pene detentive.
Di Victor Kane, invece, non fu mai trovata alcuna traccia.
Alcuni dissero che era fuggito all’estero.
Altri che fosse morto anni prima e che qualcuno avesse usato il suo nome.
La verità non fu mai confermata.
Un anno dopo tornai nella stessa sala dove avevo ricevuto la mia promozione.
Quella volta salii sul palco con i capelli finalmente ricresciuti.
Guardai i giovani ufficiali seduti davanti a me.
Sorrisi.
«Il coraggio non consiste nel non avere paura.»
Feci una breve pausa.
«Il vero coraggio è continuare a fare la cosa giusta anche quando qualcuno cerca di distruggere tutto ciò che sei.»
L’intera sala si alzò in piedi per applaudire.
Quella notte avevo perso una famiglia.
Avevo perso una casa.
Avevo perso la fiducia.
Ma avevo ritrovato qualcosa di molto più importante.
La mia libertà.
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