L’assenza nel Nomenclatore tariffario di un codice dedicato, in particolare, complica enormemente la prescrizione da parte del dottore di famiglia, anche in presenza di un sospetto diagnostico. Per questo Gaetano Piccinocchi, medico di medicina generale e responsabile Area Malattie renali della Società scientifica Simg, indica come obiettivo prioritario «l’inserimento dell’uACR nei Pdta e l’attribuzione di un codice dedicato, uniforme e facilmente riconoscibile, per arrivare all’inserimento dell’esame nei Livelli essenziali di assistenza».
Qualcosa potrebbe “muoversi” con un emendamento al Ddl Mulè che mira a introdurre un programma diagnostico per individuare le malattie renali croniche nella popolazione adulta (AC 1761) ma l’iter è ancora acerbo con l’esame in prima lettura alla commissione Affari sociali della Camera e difficilmente la legge vedrà la luce in questa Legislatura.
Il punto di vista degli esperti
Eppure, come ha spiegato Giuseppe Grandaliano, ordinario di Nefrologia alla Cattolica e direttore della Nefrologia al Gemelli – «l’uACR esprime il danno d’organo, è il primo segnale che il filtro renale, cioè il glomerulo, non riesce a trattenere l’albumina che non dovrebbe essere mai presente nelle urine. Quando questo accade vuol dire che la capacità di filtraggio renale è compromessa quindi c’è un problema che va indagato. Le Linee guida KDIGO (sull’insufficienza renale cronica, ndr) raccomandano da almeno una decina d’anni l’utilizzo del test uACR ei nefrologi seguono queste indicazioni, e consigliano di associare all’uACR anche l’eGFR, che permette di stratificare in modo ancora più preciso sia il danno renale che il rischio cardiovascolare».
«Fino a qualche anno fa non avevamo terapie per curare l’insufficienza renale, a parte la dieta e gli antipertensivi, adesso la situazione è completamente cambiata, abbiamo farmaci in grado di rallentare tantissimo la progressione della malattia renale, o di fermarla se si interviene in una fase molto precoce. Per questo eseguire periodicamente indagini capaci di evidenziare la malattia renale in uno stadio molto precoce è di fondamentale importanza e l’uACR è uno di questi esami, estremamente sensibile e preciso», prosegue Massimo Morosetti, presidente della Fondazione italiana del rene Fir Ets e primario emerito di Nefrologia e Dialisi Asl Roma 3. Ma affinché il test uACR possa guidare realmente le decisioni cliniche, i suoi risultati devono essere affidabili. «Occorre rendere le misure confrontabili tra laboratori diversi, sia nel risultato sia nel modo in cui questo viene espresso, per esempio in Unità di misura – spiega Michele Mussap, direttore Medicina di laboratorio, Fondazione Ospedale Villa Salus e Irccs San Camillo di Venezia – altrettanto importante è la scelta del metodo per garantire la massima affidabilità dei risultati, i metodi immunologici sono i più affidabili e basati su standard calibratori internazionali per l’albuminuria, ai quali si devono riferire tutte le aziende produttrici di kit».
«Bisogna passare a un approccio più olistico, meno specialistico e specifico: cuore e rene non possono essere gestiti separatamente – sintetizza Leonardo De Luca, direttore Cardiologia Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia e vicepresidente Fondazione HCF Anmco per il Tuo Cuore Ets -. L’obiettivo non è solo diagnosticare la patologia renale, ma riconoscere tempestivamente i pazienti a rischio e intervenire subito con strategie che possono ridurre la progressione della malattia renale e di conseguenza il rischio di eventi benefici».
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