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PARTE 1 – La notte che cambiò la mia vita

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PARTE 4 – Il nome che nessuno doveva pronunciare
Le parole di Margaret lasciarono la stanza nel silenzio.

“Noi lavoravamo per qualcuno.”

L’agente Collins rimase immobile.

«Chi?»

Margaret sorrise senza rispondere.

Sembrava quasi soddisfatta.

Come se avesse appena lanciato un’altra bomba.

Daniel abbassò lentamente la testa.

Per la prima volta da quando gli avevano messo le manette, sembrava davvero spaventato.

L’agente Collins si voltò verso di lui.

«Se vuoi aiutarti, questo è il momento.»

Daniel respirò profondamente.

«Non posso.»

«Perché?»

«Perché ci troveranno.»

Quelle parole fecero gelare tutti.

«Chi vi troverà?»

Daniel rimase in silenzio.

Margaret scoppiò a ridere.

«Ve l’avevo detto… ormai è troppo tardi.»

Gli agenti portarono Daniel e Margaret nelle auto di servizio.

Io rimasi davanti alla casa.

La osservavo come se fosse la prima volta.

Avevo vissuto lì per quindici anni.

Ogni parete.

Ogni finestra.

Ogni stanza.

Eppure non avevo mai conosciuto davvero quel luogo.

Era stato il teatro di una gigantesca menzogna.

Poche ore dopo mi trovavo nella sede dell’FBI.

Sul tavolo erano sparsi centinaia di documenti.

L’agente Collins entrò con una cartella rossa.

«Abbiamo analizzato i primi computer.»

«Avete scoperto qualcosa?»

Lui annuì.

«Molto più di quanto sperassimo.»

Aprì la cartella.

Sul primo foglio comparivano oltre cinquanta fotografie.

Persone di ogni età.

Medici.

Avvocati.

Imprenditori.

Militari.

Tutti avevano una cosa in comune.

Erano stati seguiti per mesi.

Alcuni per anni.

«Queste persone…»

domandai.

«Sono tutte vittime?»

Collins scosse lentamente la testa.

«No.»

Indicò alcune fotografie.

«Alcune sono vittime.»

Poi indicò altre.

«Altre invece collaboravano con loro.»

Sentii un brivido lungo la schiena.

Non si trattava più di una famiglia criminale.

Era una rete organizzata.

Un tecnico entrò nella stanza con un hard disk.

«Siamo riusciti a recuperare alcuni file cancellati.»

Collegò il dispositivo.

Sul monitor apparvero decine di video.

Registrazioni di telecamere nascoste.

Conversazioni.

Contratti.

Trasferimenti bancari.

Poi comparve un file chiamato:

PROGETTO FENICE

L’agente Collins lo aprì.

Comparve una lunga lista di nomi.

Accanto a ciascuno era indicato un livello di priorità.

Quando arrivò alla lettera “B”, il mio sangue si gelò.

BROOKS ELENA

Livello di priorità:

ALTO

«Perché ero nella lista?»

domandai.

Nessuno seppe rispondere.

Il tecnico aprì la mia scheda.

Dentro c’erano informazioni che nemmeno io ricordavo.

Le scuole frequentate.

Le missioni militari.

I miei conti.

I miei familiari.

Perfino le mie abitudini quotidiane.

Qualcuno mi osservava da oltre dieci anni.

L’agente Collins ricevette una telefonata.

Ascoltò per alcuni secondi.

Poi il suo volto cambiò.

«Che cosa è successo?»

chiesi.

Lui chiuse lentamente il telefono.

«Margaret ha chiesto di parlare.»

«Con chi?»

«Con lei.»

Entrai nella sala interrogatori.

Margaret sedeva dietro il tavolo.

Sembrava tranquilla.

Troppo tranquilla.

Mi osservò in silenzio.

Poi sorrise.

«Finalmente siamo sole.»

«Parla.»

«Sai qual è stato il tuo errore?»

«Fidarmi di voi.»

Lei scosse la testa.

«No.»

Fece una pausa.

«Credere che Daniel fosse il bersaglio principale.»

Sentii il cuore accelerare.

«Che cosa significa?»

Margaret incrociò le mani.

«Noi volevamo te.»

Per qualche secondo non riuscii a parlare.

«Perché?»

Lei sorrise.

«Perché eri destinata a diventare generale.»

«Avevi accesso a informazioni importanti.»

«Avevi una reputazione impeccabile.»

«Eri perfetta.»

Ogni parola aumentava la mia confusione.

«Perfetta per cosa?»

Margaret si avvicinò lentamente al tavolo.

«Per entrare dove noi non potevamo arrivare.»

In quel momento la porta si aprì.

L’agente Collins entrò rapidamente.

Aveva il volto teso.

«Colonnello… dobbiamo andare subito.»

«Che succede?»

«Abbiamo trovato qualcuno.»

«Chi?»

Lui esitò.

«Una donna che sostiene di essere un’altra vittima.»

«Dice di conoscere il vero capo dell’organizzazione.»

Mi alzai immediatamente.

«Dov’è?»

Collins abbassò lo sguardo.

«Era in un motel a cinquanta chilometri da qui.»

«Era?»

Lui annuì lentamente.

«Quando siamo arrivati… era scomparsa.»

Sul letto della stanza c’era soltanto una busta.

All’interno un foglio scritto a mano.

Poche parole.

“Se state leggendo questo, significa che siete arrivati troppo tardi.”

Sotto quella frase compariva un solo nome.

Un nome che nessuno nella stanza aveva mai sentito prima.

Victor Kane.

L’agente Collins guardò il foglio.

Poi guardò me.

«Colonnello… credo che abbiamo appena scoperto il nome dell’uomo che ha costruito tutta questa organizzazione.»

Fuori dalla finestra iniziò a piovere.

E dentro di me compresi una cosa.

L’incubo non era finito.

Era appena entrato nella sua fase più pericolosa.

Continua alla pagina successiva:

PARTE 5 – Il fantasma chiamato Victor Kane
Per tutto il viaggio nessuno parlò.

L’auto dell’FBI correva nella pioggia mentre io continuavo a fissare quel foglio.

Victor Kane.

Un nome.

Solo un nome.

Eppure era bastato per cambiare l’atmosfera dell’intera indagine.

L’agente Collins teneva gli occhi fissi sulla strada.

Sembrava preoccupato.

Molto più del solito.

«Lo conosce?» gli chiesi.

Lui esitò qualche secondo.

«Ne ho sentito parlare anni fa.»

«Chi è?»

«Nessuno lo sa con certezza.»

Secondo alcuni investigatori era un esperto di riciclaggio internazionale.

Per altri era un ex consulente informatico che aveva costruito una rete di identità false.

Altri ancora sostenevano che Victor Kane fosse solo un nome inventato, usato da più persone.

Nessuno aveva mai visto il suo volto.

Nessuna fotografia.

Nessuna impronta digitale.

Nessun documento autentico.

Solo una lunga scia di vittime.

Arrivati alla sede dell’FBI trovammo un gruppo di analisti già al lavoro.

Sul grande schermo della sala operativa scorrevano mappe, fotografie e collegamenti tra decine di persone.

Quando entrai, tutti si voltarono verso di me.

L’agente Collins prese la parola.

«Da questo momento l’operazione cambia livello.»

Indicò il monitor.

«Non stiamo più cercando soltanto Margaret e Daniel.»

Fece una pausa.

«Stiamo cercando l’uomo che li ha guidati per oltre vent’anni.»

Un giovane analista alzò la mano.

«Abbiamo trovato qualcosa nei computer sequestrati.»

Aprì un file crittografato.

Comparvero decine di pagamenti effettuati verso società inesistenti.

Ogni trasferimento terminava nello stesso conto estero.

Nessun nome.

Solo un codice.

VK-01

L’intera sala rimase in silenzio.

«Crediamo che significhi Victor Kane.»

disse l’analista.

Collins annuì.

«Continuate.»

Il ragazzo aprì un altro documento.

Questa volta comparvero fotografie satellitari.

Una villa.

Un hangar.

Due magazzini.

Tutti acquistati tramite società fantasma.

«Abbiamo localizzato queste proprietà.»

«Dove?»

«Tre sono negli Stati Uniti.»

«Una si trova in Canada.»

«Le altre risultano intestate a società europee.»

L’organizzazione era molto più grande del previsto.

Nel frattempo Daniel aveva chiesto di parlare.

Accettò di collaborare.

Entrai nella sala interrogatori insieme a Collins.

Daniel sembrava distrutto.

Aveva gli occhi rossi.

Le mani tremavano.

«Voglio raccontare tutto.»

disse.

«Perché adesso?»

domandai.

Lui abbassò lo sguardo.

«Perché Margaret mi ha sempre mentito.»

Daniel raccontò di essere stato coinvolto fin da ragazzo.

Margaret gli aveva insegnato che alcune persone meritavano di essere ingannate.

«Diceva che era l’unico modo per diventare ricchi.»

Quando compì diciotto anni lo presentò a un uomo.

«Non mi disse mai il suo vero nome.»

«Come lo chiamavate?»

«Direttore.»

«Era Victor Kane?»

Daniel annuì lentamente.

«Credo di sì.»

Descrisse un uomo alto.

Sempre elegante.

Mai senza guanti.

Parlava poco.

Non alzava mai la voce.

Ma bastava uno sguardo perché tutti gli obbedissero.

«Avevate paura di lui?»

Daniel rimase in silenzio.

Poi rispose.

«No.»

Fece una pausa.

«Eravamo terrorizzati.»

Continuò il racconto.

Ogni vittima veniva studiata per mesi.

Venivano raccolte informazioni.

Abitudini.

Problemi economici.

Debolezze.

Poi qualcuno si avvicinava lentamente.

Con gentilezza.

Con pazienza.

Con fiducia.

Esattamente come avevano fatto con me.

Sentii un nodo stringermi la gola.

L’interrogatorio durò quasi sei ore.

Quando uscimmo era già notte.

Pensavo che il peggio fosse passato.

Mi sbagliavo.

Un agente corse verso Collins.

«Capo!»

«Che succede?»

«Abbiamo perso il contatto con la squadra di Chicago.»

«Come sarebbe?»

«L’ultimo messaggio è arrivato venti minuti fa.»

L’agente mostrò il tablet.

Sul display compariva una sola frase.

“È troppo tardi.”

Nello stesso istante tutti i monitor della sala operativa si spensero.

Le luci iniziarono a lampeggiare.

Qualcuno aveva violato il sistema informatico dell’FBI.

Gli analisti cercavano di riprendere il controllo.

Poi, improvvisamente, ogni schermo si accese.

Comparve uno sfondo nero.

Al centro una sola scritta.

“STATE CERCANDO ME.”

Sotto la frase apparve un simbolo mai visto prima.

Dopo pochi secondi iniziò un conto alla rovescia.

60…

59…

58…

L’intera sala trattenne il respiro.

Collins gridò:

«Spegnete tutto! Adesso!»

Ma era già troppo tardi.

Sul monitor comparve il volto di un uomo.

Indossava una maschera nera.

La sua voce era calma.

Quasi gentile.

«Buonasera, Colonnello Brooks.»

Sentii il sangue gelarsi.

L’uomo sorrise.

«Finalmente possiamo conoscerci.»

Continua alla pagina successiva:

 

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